Il nostro amore di prezzi bassi dei frutti di mare ha il profumo di schiavitù. L’articolo shock del britannico “The guardian”

A recent Guardian debate looked at the issue of slavery in the seafood supply chain and solutions to tackling it.
Photograph: Paula Bronstein/Getty Images

L’articolo con la successiva discussione per una millesima volta attira l’attenzione di tutto il mondo alla situazione orribile a pensare dei lavoratori e operai del settore ittico nei paesi subtropicali.

In questa storia tremenda non manca niente: abusi, omicidi, suicidi e anche la schiavitù. La domanda messa in discussione è stata “Cosa si può fare?”. Certo che il boicottaggio dei 17 fornitori e i processi (falliti negli Stati Uniti) contro il Thai Union (il più grande l’esportatore di tonno al mondo e  il proprietario del marchio John West) e anche il Nestlé non hanno avuto i risultati significativi.

Come dichiara il direttore di sostenibilità dello stesso Thai Union, Sig. Darian McBain, il boicottaggio di Thailandia raggiungerebbe poco. “Le aziende dicono che hanno il fornitore di un altro paese, tale non ha la schiavitù nella sua supply chain, ma mi piacerebbe sapere qual’è questo paese. Stiamo parlando di un problema che si verifica nel settore ittico di tutto il mondo”.

Cosa si può fare secondo noi? Iniziare a produrre i gamberi in Italia 😉

Sorgente: © The Guardian, © Tom Levitt – Leggi l’aricolo originale (inglese)

 

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