Mangiamo sempre più pesce (e uno su due è allevato)

Le gigantesche gabbie di Open Blue, il più grande allevamento di pesci in mare, al largo delle coste di Panama. Fotografia di Brian Skerry

Il rapporto FAO segnala il boom dell’acquacoltura nel mondo. Ma nel Mediterraneo si pesca ancora troppo. Nel mondo non si era mai mangiato tanto pesce prima d’ora: con 20 chili a testa ogni anno abbiamo raddoppiato il consumo rispetto agli anni Sessanta. Questo primato non è stato raggiunto solo pescando di più: decisivo è il ruolo dell’acquacoltura. Il cosiddetto “pesce di allevamento” che oggi rappresenta il 44% della produzione globale (nel 1974 era solo il 7%) e il 50% del consumo. Un pesce su due che finisce nei nostri piatti è stato allevato, e si stima che tra 10 anni sarà la maggioranza.

Per capire quanto e quale pesce mangiamo e in che direzione sta andando il settore della pesca, il rapporto SOFIA (the State of the world Fisheries and Aquaculture) della FAO, la cui ultima edizione è uscita pochi giorni fa, è uno dei documenti più completi e autorevoli.

Sempre più piscivori.
Il record di consumo pro-capite raggiunto in questi anni ha una conseguenza positiva immediata. Quasi il 7% delle proteine consumate oggi dagli esseri umani provengono dal pesce, che fornisce acidi grassi Omega 3 (i più salutari per l’uomo), vitamine, calcio e altro ancora. Secondo i dati della FAO il boom dell’acquacoltura ha cambiato anche il contenuto dei nostri piatti. La commodity del settore adesso sono salmoni e trote, mentre i gamberetti hanno fatto qualche passo indietro.

Calcolando invece le sole catture in mare aperto il merluzzo d’Alaska (Theragra chalcogramma) è il più pescato in assoluto. Tra surimi, bastoncini di pesce e tantissime altre forme è quasi impossibile che chi mangia il pesce non abbia mai consumato questa specie. Subito dopo vengono le acciughe cilene (Engraulis ringens) e il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) popolarissimo nella cucina giapponese e utilizzato anche per sushi e sashimi. Tutte e tre le specie nel 2014 hanno superato i tre milioni di tonnellate, anche se la pesca dell’acciuga cilena ha subito un crollo rispetto a dieci anni fa, quando con 7,3 milioni di tonnellate era di gran lunga la specie più pescata.

Mari (più o meno) pescosi.
Il ricorso sempre più massiccio all’acquacoltura è una buona notizia per l’ambiente e per la biodiversità, ma il rapporto SOFIA è molto chiaro in merito: restano ancora gravi problemi da risolvere. Oggi quasi un terzo del pesce è catturato “a un livello biologicamente insostenibile”: viene cioè pescato a un ritmo superiore rispetto a quello di riproduzione (overfishing). Rispetto a quaranta anni fa il fenomeno dell’overfishing, che è stabile dal 2007, è triplicato.

Il quadro, che di per sé non è affatto rassicurante, nel nostro mare si fa allarmante: nel Mediterraneo (e nel mar Nero) le catture sono diminuite di oltre un terzo rispetto al 2007. Un crollo – spiega la FAO – dovuto soprattutto allo spopolamento di acciughe e sardine, oltre che di altre specie. E non è una sorpresa visto che ancora oggi il 60% degli stock del Mare nostrum sono sovrapescati, in particolare le specie di dimensioni maggiori come nasello, muggine, sogliola e orata.

Altrove la situazione è diversa. Nell’Atlantico nord-occidentale le catture sono più che dimezzate rispetto ai primi anni Settanta. Ciò ha permesso all’halibut, alla platessa e all’eglefino di ripopolarsi, mentre per il merluzzo non ci sono ancora segnali di ripresa.

Made in China.
Con 58 milioni di tonnellate di pesce allevate ogni anno la Cina è il dominatore incontrastato dell’acquacoltura mondiale e primo esportatore del globo. Al secondo posto, lontanissima, c’è l’Indonesia con 14 milioni di tonnellate prodotte dall’acquacoltura. In questa grande partita l’Europa gioca un ruolo di secondo piano, con il primo Paese all’ottavo posto: è la Norvegia con appena 1,3 milioni di tonnellate. Il Paese scandinavo è però il secondo esportatore al mondo grazie a merluzzo e salmone. Spagna, Regno Unito e Francia appaiono nella top 25 con quantità modeste, mentre l’Italia ne è del tutto fuori. Gli allevamenti in Italia non mancano, ma rispetto ai big del mondo sono residuali.

Gli italiani però hanno voglia di pesce e lo dimostra il fatto che siamo il settimo importatore al mondo. Se nel 2004 acquistavamo prodotti ittici per 3,9 miliardi di dollari, nel 2014 questa cifra è schizzata a oltre 6 miliardi di dollari, poco meno di Germania e Francia e non troppo lontani dalla Cina (8,5 miliardi). I maggiori importatori di pesce e prodotti ittici restano gli Stati Uniti (20 miliardi di dollari) e il Giappone (quasi 15). L’aumento della domanda è a livello mondiale e lo dimostra il fatto che il valore delle esportazioni sia passato da 8 a 148 miliardi di dollari in 40 anni.

Un vettore di crescita.
Il rapporto FAO si concentra anche sull’importanza del settore ittico per i Paesi in via di sviluppo. Circa 80 miliardi di dollari finiscono nelle casse di questi Paesi esportatori. Nel 2014 in mare c’erano 4,6 milioni di pescherecci, il 90% dei quali asiatici o africani. Solo una minima parte di queste imbarcazioni supera i 24 metri.

L’Africa sub-sahariana sta entrando con forza nel settore dell’acquacoltura, con la Nigeria che negli ultimi 20 anni è cresciuta a ritmi esponenziali. Nel futuro il settore ittico è destinato a crescere ancora e, secondo il rapporto SOFIA, saranno proprio i Paesi in via di sviluppo a fare da traino.

Sorgente:  © National Geografic Italia, di Federico Formica  Leggi l’articolo in originale

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