Nella fossa delle Marianne i gamberetti mangiano legno

Fonte: © National Geografic Italia, 04 settembre 2012. Leggi l’articolo in originale.

Hirondellea Gigas è stato scoperto nel 2009 nella fossa delle Marianne. Secondo gli studiosi la comprensione del suo sistema digestivo potrebbe essere utile in futuro per la produzione di bioetanolo

di Helen Scales

oceani,crostacei

Un esemplare di Hirondella gigas raccolto nel Challenger Deep, il punto più profondo della Terra. Foto per gentile concessione JAMSTEC

Secondo un nuovo studio, gli anfipodi scoperti nella Fossa delle Marianne sopravvivono a 10 mila metri di profondità perché si nutrono di legno.
Campioni di Hirondellea gigas furono raccolti nel 2009 nella Fossa delle Marianne nelle vicinanze del Challenger Deep, il punto più profondo della Terra raggiunto nel marzo di quest’anno dal regista James Cameron. Durante la sua immersione, Cameron ha potuto osservare dal vivo alcuni esemplari di H. gigas, che con i loro cinque centimetri di lunghezza, sono tra gli anfipodi più grandi, addirittura il doppio dei loro parenti più comuni, le pulci di mare. Questi piccoli gamberetti vivono in sciami a profondità di oltre 10.000 metri, dove il cibo che arriva dalla superficie è praticamente assente. In che modo, quindi, questi crostacei riescono a sopravvivere e a diventare relativamente così grandi? Lo studio ha rivelato che questi piccoli crostacei possiedono dei potenti enzimi in grado di digerire il legno che occasionalmente raggiunge le profondità oceaniche. “Dipendono dai resti sommersi di legno”, ha spiegato il coautore dello studio Hideki Kobayashi, e biologo marino del Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology.
Mangiatori di legno Kobayashi ha raccontato che per raccogliere gli anfipodi hanno usato delle trappole in parte realizzate con bottiglie di plastica riciclate. Calate nel Challenger Deep, dopo tre ore, le trappole hanno catturato quasi 200 anfipodi. In laboratorio, i ricercatori hanno identificato gli enzimi che digeriscono il legno e si sono accorti che sono ancora più efficienti una volta ricreate le condizioni di alta pressione del mare profondo. Enzimi digestivi simili sono stati trovati nelle interiora di altri animali che si nutrono di legno, come le termiti, ma a differenza di altre specie d’acqua profonda, H. gigas non usa funghi o batteri durante la digestione. “Pensiamo che gli anfipodi producano gli enzimi autonomamente nel loro intestino”, ha detto Kobayashi. Il team ha anche rilevato i sottoprodotti della digestione del legno all’interno dei tessuti degli anfipodi. Uno di questi composti, il cellobiosio, “è un componente della cellulosa, che si trova nelle piante e non viene mai sintetizzato dagli animali”. Come gli autori della ricerca, anche Alan Jamieson, biologo marino dell’Università di Aberdeen, è d’accordo sul fatto che gli anfipodi utilizzino gli enzimi per nutrirsi di legno. “Non sprecherebbero tanta energia per sviluppare una capacità e poi non usarla”, ha commentato Jamieson, aggiungendo che non è affatto sorpreso dalla scoperta, dal momento che “si sapeva già che gli anfipodi si mangiano di tutto. Lo sappiamo che sono in grado quasi di morire di fame per tantissimo tempo, ma quando si presenta l’opportunità di un banchetto, si ingozzano al punto quasi di scoppiare”. Come osserva Kobayashi, gli H. gigas “sono degli opportunisti e se una nave affondasse nella Fossa delle Marianne, se la mangerebbero volentieri tutta. Addirittura hanno inziato a mordicchiare le parti in legno di ASHURA, il sistema video montato sulle nostre trappole”.
Una nuova fonte di bioetanolo? Oltre ad aumentare le conoscenze sulla vita degli anfipodi, la scoperta un giorno potrebbe avere dei risvolti positivi sulle tecniche di produzione di bioetanolo, il combustibile che si ottiene dalla fermentazione delle biomasse (canna da zucchero, mais o cereali). A temperatura ambiente uno degli enzimi (cellulase) ha ridotto un foglio di carta comune in glucosio, uno zucchero semplice che può essere utilizzato per produrre bioetanolo. L’enzima degli anfipodi “è in grado di produrre glucosio a partire da alberi, erbacce, paglia, così come dalla carta”, ha detto Kobayashi. E questo potrebbe rivelarsi un metodo molto efficace per produrre il biocombustibile senza dover usare il mais o la canna da zucchero e quindi intaccare le riserve alimentari globali.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PLoS ONE.
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